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Memoria per la memoria

Bandiera ANPI
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Riflessioni tra ieri ed oggi, per ricordare e ribadire, il sentimento buono che albergò ra i giusti

In questo periodo di forzata domesticità, nell’attesa e nella viva speranza che la vita ricominci a scorrere con la banalità quotidiana di una libertà di movimento ad oggi sospirata, mi capita di leggere. Tanto e di vario genere. Tra le varie letture, grazie all’utile supporto degli audiolibri di “ad alta voce” di RAI radio tre, ho letto le cronache dal più eloquente titolo “16 ottobre 1943” sul ratto del ghetto ebraico di Roma di Giacomo Debenedetti, nell’interpretazione radiofonica di Monio Ovadia.

Questa premessa mi è utile per ribadire un filo di collegamento tra il 75° anniversario della Liberazione d’Italia e alcune riflessioni basilari, quasi psicoanalitiche, che l’autore fa a premessa di quel giorno nefasto per la storia del nostro paese. Il sentimento portante di questo contributo a memoria è l’ingenuità.

Giacomo Debenedetti, non riuscendo a giustificare altrimenti il comportamento della comunità, espresso tramite i maggiorenti del ghetto ebraico, trova come unico appiglio per il comportamento in buonafede degli ebrei romani l’ingenuità, come sentimento che li affrancasse dal triste tributo che pagarono il giorno dell’assalto e della deportazione; già da alcune settimane vessati, essi si mossero in assoluta buonafede, ingenuità appunto, senza coliere il movimento di eventi che portarono di fatto all’annientamento della comunità ebraica di Roma, una delle più antiche d’Europa, oltre che con la deportazione dei suoi appartenenti, anche con il depauperamento degli averi e la dispersione delle memorie.

Ma esiste anche una buonafede, una ingenuità se vogliamo, di tutti coloro che si unirono alla lotta partigiana per liberare la penisola dall’occupazione nazista a seguito dell’8 settembre ’43. Si tratta dell’ingenuità dei combattenti, di ogni estrazione sociale, di ogni convinzione, di ogni religione che imbracciarono le armi e si diedero alla lotta in montagna e nelle città contro gli occupatori. Ingenuità, si badi, non nel senso negativo, ma nel senso più alto: ingenuità nel senso di genuinità, di buonafede appunto, che diede loro la forza di reagire nonostante la scarsità di mezzi, le difficoltà logistiche e di approvvigionamento, che li vide spesso combattere anche con disparità di armamenti contro un Mostro che stava letteralmente fagocitando un’intera civiltà, quella italiana, deturpandola nel paesaggio, nella memoria, nella dignità.

Queste due ingenuità in qualche modo completano un cerchio, stabilendo una stretta correlazione tra chi, in modo sommesso, fece di tutto per evitare l’acuirsi dell’offesa dei loro vessatori e chi cercò di avversare l’occupazione, ormai stanco di rispondere alle angherie con la placida reazione dei buoni; un sentimento unico, che ci mostra la doppia faccia della stessa medaglia: quella della bontà umana che da un lato, nel ’43, si manifesta come atteggiamento innocuo atto a non offendere (Debenedetti lo spiega molto bene nel suo resoconto) e da quello stesso autunno, sui monti, una bontà d’animo volta invece a reagire contro l’occupazione nazista e totalmente concentrata ad agire per liberarci dall’oppressore.

Ecco, questi termini non sappiano di retorica, perché se questa quarantena forzata di oggi, del 2020, dove ci difendiamo collettivamente da un virus, qualcosa mi ha insegnato è la profondità delle parole della nostra lingua. La bontà è la bontà, l’ingenuità e l’ingenuità, gli oppressori sono tali sempre e comunque e la liberazione è un sentimento, oltre che un insieme di avvenimenti.

Concludo parlando di una terza ingenuità, quella che in tempi moderni permette a dei vili ed oscuri personaggi di parlare ancora di inutilità delle giornate come questa; che possono permettersi tali digressioni proprio perché vi furono giornate come questa. Ecco, costoro hanno l’ingenuità tipica dei maligni, vestita di quella malizia tale che vuol insinuare in una popolazione con memoria zoppicante che il passato non fu tutto a vantaggio della lotta di liberazione, che il regime fece qualcosa di buono, che alla fine la guerra civile fu disastrosa anche per colpa di quelli che si rifugiarono in montagna per lottare contro i nazisti.

A questa visione ingenuamente maligna (ossimoro se volete) occorre reagire perché delle prime due ingenuità descritte, dove prevale il sentimento di bontà e di speranza, non si deve opporrei in alcun modo l’ingenuità dei vari Fratellacci d’Italia, Forzisti, neofascisti compagni della mancanza di memoria del nostro 2020; questa ingenuità non è popolata da gente buona, ma da persone in cattiva fede che ingenuamente sparlano grazie a questo giorno grandioso e glorioso per l’Italia, proprio perché loro fu resa la possibilità di farlo.

In questo giorno distante 75 anni dall’annuncio dell’Italia liberata vorrei ricordare appunto il partigiano ed intellettuale Giacomo Debenedetti, che tanto ci ha dato in termini di coltivazione della Memoria con i suoi memoriali sulla deportazione degli ebrei italiani, e ricordare una data diversa da questa, il 16 ottobre 1943, come origine e termine di un processo di consapevolezza morale del popolo italiano, ovvero la necessità di liberarsi dal giogo mortifero dell’ideologia nera, che alcuni vorrebbero oggi ripristinare come positiva, necessaria ed utile. Giammai.

Viva l’Italia liberata, viva la Liberazione d’Italia, viva il 25 aprile.

P.S.: leggendo Debenedetti subito dopo la lettura di Patagonia Express del compianto Luis Sepulveda, mi viene di aggiungere un pensiero supplementare. Vi fu anche l’ingenuità di coloro che sedettero dalla parte sbagliata della Storia, circostanza rappresentata da Giacomo Debenedetti nella figura dei due soldati nazisti, probabilmente austriaci, che fecero passare e scampare il pericolo a Laurina; la stessa ingenuità che l’autore cileno destina per Carlito il falegname, personaggio strano richiamato in conclusione dei suoi appunti di viaggio. Bene, questa ingenuità nei personaggi non è assolutiva, bensì solo circostanza esistenziale di coloro che non sapevano di essere dalla parte sbagliata, che non presero subito coscienza di ciò, ma che comunque non li assolve in alcun modo. Si tratta solo di una buonafede carpita, che non smacchia comunque l’operato di aver agito, seppur in buonafede, per offendere. Evidente perciò che si tratta di un altro sentimento, meglio raccontato dai due autori ora citati, che personalmente non saprei e non voglio descrivere, perchè è ciò che sopra ho descritto il sentimento che più mi convince…

NB: articolo scritto il 25-04-2020

Categorie:istituzioni, politica, società

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Alessandro Napoli

Libero e con l’aspirazione viva di appassionare ai temi trattati con un dirompente fiume di parole, frutto del pallino per la comunicazione scritta.
Redattore e sostenitore di www.radio32.net scrivo per il webmagazine www.sinapsimag.it

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