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Annotazioni al post “Il reggae e il suo Re”.

Rileggendo, e ovviamente riascoltando il materiale sonoro, il post dedicato al Reggae giamaicano mi sono reso conto di aver lasciato fuori troppe cose. Mi premeva quindi fare delle annotazioni, giusto per integrare le segnalazioni d’ascolto, che per il post sul Reggae in Italia saranno invece più puntuali.

Il reggae, come visto, è andato molto avanti negli anni, anche come presa di consapevolezza di una cultura ben strutturata, che nel 2018 ha avuto il suo riconoscimento da parte dell’UNESCO. Il protagonista assoluto è stato Bob Marley, ma il grande King of Reggae ha gettato più di un seme affinché il reggae proseguisse a diffondersi ed alimentare il fuoco della sua passione. Il primo di questi semi si chiama Ziggy, nato nel 1968. Della Marley Family, Ziggy è il maggiore tra i figli di Bob, che ha la voce spiaccicata a quella del padre, e anche tanta bravura direi. Ziggy produce musica inizialmente insieme ai suoi fratelli, riuniti nel gruppo dei Melody Makers, ma in seguito come solista.

Dei gruppi giamaicani mi premeva segnalare gli Israel Vibration, in attività da più di quarant’anni, che tra i loro componenti hanno alcuni poliomielitici, figli di quella generazione che tra gli anni quaranta e cinquanta fu colpita massicciamente nell’isola caraibica. Vi posso assicurare che dal vivo sono uno spettacolo, riuscendo a trasformare le loro persone con handicap fisico in figure armoniose che seguono il ritmo del reggae con movenze flessuose del corpo, esaltando i messaggi di spiritualità e pace dei quali sono portatori. Qui innesto un ricordo personalissimo: nel Rototom Sun Splash del 2002, quando ancora il festival reggae era tenuto in Italia, da ragazzo disabile avevo accesso ai bagni dedicati; ogni mattina degli otto giorni di permanenza incontravo uno dei due cantanti, che per handicap diverso e medesime necessità frequentava le stesse toilette. Un’esperienza umana incredibile: fuori da quel bagno, ogni giorno, erano sorrisi, piccole frasi di cortesia e tanta cordialità. Ovviamente la sera della loro esibizione ero in prima fila e subito dopo mi fermai a chiacchierare con il cantante sul prato, dove era venuto a sistmarsi riconoscendomi e cercandomi tra la folla, prolungando così quella fugace frequentazione ricca di empatia. Dopo questo ricordo, forse insignificante per i più, a voi la profondità degli Israel Vibration.

Sulla scena internazionale dal 1977, non si può non citare il gruppo britannico degli UB40; la loro musica si caratterizza per una grande contaminazione con il pop e il rock, ma resta un reggae di elevatissima qualità artistica. Gli UB40, divenuti celebri negli anni Ottanta, hanno conquistato la ribalta con brani come “red red wine”.

Spostandoci di decennio e rimanendo in Europa, nati nel 1998 e facendosi notare dai primi anni duemila, risulta molto interessante il gruppo berlinese dei Seeed, che ho conosciuto ed apprezzato ai tempi dell’erasmus in Belgio. Ringrazio sempre la mia compagna di appartamento tedesca dell’epoca per avermeli fatti conoscere, perché rappresentano a mio parere una qualità di produzione ed interpretazione indiscussa, con sonorità moderne, che vede un uso dell’elettronica molto importante, ma mai perdendo il filo principale del roots-reggae.

Tra gli africani merita una menzione Tiken Jah Facoly, nome d’arte di Doumbia Moussa Fakoly, reggaeman della Costa D’avorio e connazionale di Alpha Blondy, artista veramente profondo in attività dal 1993.

Tornando al continente americano, da ragazzo mi ha fatto molta compagnia il cileno Enrique “Quique” Neira Leiva, in arte semplicemente Quique Neira.

Ha iniziato come vocalist del gruppo di Santiago del Cile Gondwana,

e poi avviatosi ad una carriera solista; con la produzione di un bel suono, sulla scena reggae internazionale non ha sfondato, ma resta un bell’esempio di roots-reggae di matrice sudamericana.

Nello Ska, tornando alla scena europea, spaccano gli spagnoli Sca-P, sciolti e riunitisi varie volte durante la loro carriera come band. Nati nel 1994 a Madrid, hanno concluso una prima volta la loro esperienza nel 2005, per poi riprendere tra il 2008 e il 2014; riunitosi nuovamente nel 2018, sono ancora in attività. Hanno fatto ballare per più di un decennio le piazze di tutto il mondo, e continuano ancora oggi, con un ritmo tosto tra Ska e punk molto coinvolgente dal vivo. Questa sulla legalizzazione della cannabis è una delle loro canzoni più celebri.

Infine, una citazione particolare è per Manu Chao, artista eclettico e difficile da definire, nato in Francia da genitori spagnoli esiliati per sfuggire alla dittatura di Francisco Franco, che partendo da una esperienza rock-punk con la band dei Manonegra negli anni Ottanta, ha poi interpretato al meglio le sonorità reggae-roots-ska con quel tocco di pachanca. La sua voce cristallina e poetica è diventata famosa al grande pubblico per “Clandestino”, vera bandiera musicale dell’artista franco-spagnolo.

Manu Chao possiede un bar a Barcellona, il Mariatchi, situato nel quartiere Barrio Gotico, dove lo si può incontrare mentre improvvisa una jam session con amici e fan, in cima alle future tappe del prossimo viaggio con Sonia.

Aggiunti per spirito di completezza questi ulteriori esempi della scena reggae internazionale, non mi resta che salutarvi con un One Love”

Categorie:La Musica che gira intorno

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Alessandro Napoli

Libero e con l’aspirazione viva di appassionare ai temi trattati con un dirompente fiume di parole, frutto del pallino per la comunicazione scritta.
Redattore e sostenitore di www.radio32.net scrivo per il webmagazine www.sinapsimag.it

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